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Dossier

AGRIVOLTAICO O SPECULAZIONE ENERGETICA?

Sintesi semplificata

Dossier d’inchiesta sul caso Salento.

Grandi impianti su suolo agricolo, indipendenza energetica, pareri negativi del Ministero della Cultura, decreti positivi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, aree idonee, società veicolo e trasformazione del paesaggio rurale.

PARTE PRIMA

Capire il problema.

1. Energia, guerre e indipendenza: perché la transizione serve, ma va governate.

La questione dell’agrivoltaico nel Salento non può essere letta fuori dal contesto energetico mondiale.
Negli ultimi anni l’energia è tornata al centro della geopolitica. Le guerre, le tensioni nel Medio Oriente, l’instabilità delle rotte marittime, la vulnerabilità delle forniture di gas e petrolio e la competizione sulle materie prime critiche hanno mostrato quanto l’energia sia legata alla sicurezza nazionale.
L’Europa lo ha capito con la crisi russo-ucraina. L’Italia lo vive ogni volta che il prezzo del gas sale, che una rotta energetica diventa instabile, che un conflitto minaccia le forniture o che il sistema industriale dipende da fonti importate.
L’indipendenza energetica non è più un tema astratto. È una necessità concreta.
Produrre più energia rinnovabile in Italia significa ridurre la dipendenza dall’estero, rendere il Paese meno vulnerabile alle crisi internazionali, stabilizzare una parte dei costi energetici e rafforzare la sicurezza del sistema elettrico.
Questo punto va riconosciuto senza ambiguità.
Le rinnovabili servono.
Il fotovoltaico serve.
L’Italia deve aumentare la propria capacità di produzione da fonti pulite.
La Puglia deve contribuire agli obiettivi nazionali.
Ma riconoscere questa necessità non significa accettare qualunque impianto, in qualunque luogo, con qualunque dimensione e con qualunque impatto.
L’indipendenza energetica non è una delega in bianco.
Un Paese diventa più autonomo se produce energia pulita, ma può diventare più fragile se sacrifica senza pianificazione il proprio suolo agricolo, il proprio paesaggio, le economie locali e la qualità dei territori.
Il punto non è scegliere tra energia e paesaggio. Il punto è costruire una transizione ordinata, capace di privilegiare prima tetti, capannoni, parcheggi, aree industriali, cave dismesse, siti degradati, infrastrutture esistenti e superfici già compromesse. Solo dopo, e con criteri molto più rigorosi, si può discutere dell’uso del suolo agricolo.
Nel Salento questa distinzione è decisiva.
La transizione energetica è necessaria.
Ma deve essere governata.
Senza regole, controlli e pianificazione, l’indipendenza energetica rischia di diventare il linguaggio pubblico di operazioni private di rendita fondiaria ed energetica.

2. Il sole sopra i campi.

Nel Salento il sole è una risorsa naturale. È sempre stato parte del paesaggio, dell’agricoltura, della vita quotidiana. Oggi è anche una delle chiavi della transizione energetica.
Produrre energia pulita è necessario. Ridurre l’uso delle fonti fossili è un obiettivo pubblico, ambientale e climatico. Il fotovoltaico è una tecnologia indispensabile.
Ma il punto non è se serva.
Il punto è dove viene installato, come viene progettato, chi lo realizza, chi ci guadagna, chi controlla e quali conseguenze produce sui territori.
Nel Salento questa domanda è diventata concreta. Negli ultimi anni sono comparsi numerosi progetti di impianti agrivoltaici: alcuni già autorizzati, altri in valutazione, altri ancora in fase di consultazione. Molti non sono piccoli impianti agricoli. Sono progetti da decine di megawatt, con migliaia di pannelli, cabine elettriche, recinzioni, cavidotti, strade interne e opere di connessione alla rete nazionale.
L’agrivoltaico viene presentato come una soluzione equilibrata: energia sopra, agricoltura sotto. Sulla carta, un modello intelligente. Nella pratica, però, il rischio è che l’agricoltura diventi una giustificazione formale per installare grandi impianti energetici su suolo agricolo.
È qui che nasce questa inchiesta.
Non contro il fotovoltaico.
Non contro le energie rinnovabili.
Ma contro l’uso debole, ambiguo o strumentale della parola agrivoltaico.
Perché un conto è un impianto progettato per aiutare davvero un’azienda agricola. Un altro conto è un grande investimento energetico che usa la presenza di colture, piante aromatiche, pascolo o apicoltura per ottenere autorizzazioni, consenso e, in alcuni casi, incentivi.
La parola è agricola.
La scala è industriale.
Il valore economico è energetico e finanziario.

3. Che cos’è l’agrivoltaico?

L’agrivoltaico è un sistema che combina produzione agricola e produzione di energia solare sulla stessa superficie.
L’idea è semplice: i pannelli fotovoltaici non sostituiscono completamente il campo agricolo, ma vengono installati in modo da consentire la coltivazione o il pascolo sotto o tra le strutture. In alcuni casi, se progettati bene, i pannelli possono anche aiutare alcune colture: creano ombra, riducono l’evaporazione, proteggono dal caldo e limitano lo stress idrico.
Questa è la parte positiva.
Il problema nasce quando il nome agrivoltaico viene usato per impianti nei quali l’agricoltura non è più il centro del progetto, ma un elemento secondario.
Un vero agrivoltaico deve mantenere viva l’attività agricola. Deve consentire la lavorazione del terreno, l’uso dei mezzi agricoli, la raccolta, l’irrigazione, la manutenzione e la vendita dei prodotti. Deve produrre energia, ma deve continuare a produrre anche agricoltura.
Un agrivoltaico debole funziona diversamente. Il progetto nasce soprattutto per produrre energia elettrica. L’agricoltura resta nella relazione tecnica, nei disegni progettuali e nel piano colturale, ma rischia di avere un peso economico e produttivo marginale.
La differenza è sostanziale.
Nel primo caso, l’energia si integra con l’agricoltura.
Nel secondo caso, l’agricoltura serve a rendere accettabile l’impianto energetico.

4. Perché il Salento è un territorio vulnerabile?

Il Salento è un territorio agricolo e paesaggistico fragile.
È fragile perché conserva un paesaggio rurale storico, fatto di masserie, muretti a secco, uliveti, seminativi, vigneti, pascoli, strade di campagna, pozzi, cisterne, chiesette rurali e beni archeologici.
È fragile perché la Xylella ha colpito duramente l’olivicoltura, modificando l’economia agricola e il volto di intere campagne.
È fragile perché molti terreni hanno perso redditività. Dove prima un uliveto produceva olio e reddito, oggi spesso restano alberi secchi, fondi abbandonati o terreni economicamente deboli.
Questa debolezza crea una nuova occasione per gli investitori energetici.
Un terreno che rende poco in agricoltura può diventare molto interessante se può ospitare pannelli fotovoltaici. Il suo valore cambia. Non dipende più solo da quello che può produrre come campo, ma da quello che può permettere come superficie energetica.
La terra agricola diventa il punto di partenza di un investimento.
Il proprietario può ricevere un canone.
La società proponente sviluppa il progetto.
L’autorizzazione aumenta il valore dell’operazione.
L’energia prodotta genera ricavi.
Il progetto può diventare un asset finanziario.
Il rischio è che un territorio agricolo indebolito venga trasformato in una piattaforma energetica diffusa.

5. La Puglia produce già più energia di quanta ne richieda.

La Puglia è una regione strutturalmente eccedentaria dal punto di vista elettrico: produce più energia di quanta ne richieda il proprio sistema interno.
Questo non significa che possa ignorare gli obiettivi nazionali di decarbonizzazione. La Puglia, come tutte le Regioni, deve contribuire alla crescita delle fonti rinnovabili.
Ma questo dato cambia il modo in cui va raccontata la questione.
I nuovi grandi impianti non possono essere presentati come risposta automatica a un’emergenza energetica locale. Non vengono costruiti perché la Puglia non produce energia. Vengono costruiti dentro una strategia nazionale di aumento della potenza rinnovabile.
Per questo la localizzazione diventa decisiva.
La transizione energetica non può limitarsi a contare i megawatt. Deve valutare dove vengono collocati gli impianti, quali superfici occupano, quali paesaggi trasformano, quali economie sostituiscono e quali benefici lasciano al territorio.
Produrre energia pulita è necessario.
Produrla senza pianificazione può diventare un problema.
Prima dei campi agricoli dovrebbero essere utilizzate le superfici già compromesse: tetti, capannoni, parcheggi, aree industriali, cave dismesse, siti degradati, aree produttive, superfici infrastrutturali.
Quando invece grandi impianti vengono collocati su decine di ettari agricoli, la transizione energetica entra in conflitto con un altro interesse pubblico: la tutela del territorio.

6. Il paesaggio non è un vuoto.

Il paesaggio agricolo salentino non è una superficie libera in attesa di essere riempita.
È un sistema storico. È il risultato di secoli di lavoro agricolo, insediamenti rurali, relazioni tra masserie e fondi, colture, strade, muretti, pozzi e visuali.
Nei pareri del Ministero della Cultura (MiC), il Tavoliere Salentino viene descritto come una “campagna a mosaico”: un paesaggio composto da vigneti, oliveti, seminativi, orticole, pascoli, masserie, neviere, chiesette rurali e strutture agricole storiche.
Questa definizione è importante. Significa che il paesaggio non è fatto solo di singoli beni da proteggere, ma di relazioni. Una masseria non ha valore solo come edificio. Ha valore anche per il rapporto con i campi che la circondano. Una strada rurale non è solo una via di passaggio. È parte della struttura storica della campagna. Un cono visuale non è solo una vista panoramica. È un modo di percepire il territorio.
Quando un grande impianto agrivoltaico introduce migliaia di moduli, recinzioni, cabine, sistemi di controllo e viabilità interna, non modifica solo alcuni metri quadrati di terreno. Cambia la percezione del paesaggio.
Il business plan calcola investimenti, ricavi, connessione, produzione elettrica, incentivi e manutenzione.
Non calcola il paesaggio perduto.

7. L’agricoltura non può essere solo una promessa.

Il punto più delicato degli impianti agrivoltaici è il piano agricolo.
Per essere davvero agrivoltaico, un impianto deve mantenere l’attività agricola. Non basta indicare colture in un documento. Quelle colture devono essere adatte al luogo, al terreno, al clima, all’acqua disponibile, all’ombra generata dai pannelli e alla possibilità di lavorare il campo con mezzi agricoli.
Nel caso del progetto denominato “Corigliano 43.8”, le osservazioni depositate nel procedimento contestano la credibilità di alcune colture previste, tra cui lavanda, piante officinali e apicoltura. La contestazione non riguarda la possibilità astratta di coltivare lavanda nel Salento, ma la sostenibilità di quella scelta dentro un impianto da 54,40 megawatt (MW), su circa 71,50 ettari, con 81.200 moduli, cabine, recinzioni, cavidotti e viabilità interna.
Una coltura non diventa credibile perché compare in una relazione.
Diventa credibile se produce davvero, se ha una filiera, se ha un mercato, se può essere coltivata con continuità, se il terreno resta effettivamente agricolo e se qualcuno controlla nel tempo che l’attività agricola non scompaia.
L’agricoltura deve essere una prova.
Non una scenografia.

8. Cosa dice la scienza.

La ricerca scientifica sull’agrivoltaico è utile perché chiarisce un punto fondamentale: l’agrivoltaico può funzionare, ma non funziona sempre e non funziona ovunque nello stesso modo.
Gli studi disponibili mostrano che i risultati cambiano in base a molti fattori: tipo di coltura, clima, acqua disponibile, livello di ombreggiamento, altezza dei pannelli, distanza tra le file, tecnologia utilizzata, gestione agricola e durata dell’esperimento.
Alcune colture possono beneficiare dell’ombra, soprattutto in ambienti caldi e aridi. Altre possono subire cali di resa se ricevono poca luce. La stessa tecnologia può produrre effetti diversi in Germania, in Giappone, in Arizona, in Puglia o nel Salento.
La scienza, quindi, non autorizza slogan.
Non dimostra che l’agrivoltaico sia sempre sbagliato.
Ma non dimostra nemmeno che qualunque grande impianto su suolo agricolo sia automaticamente sostenibile.
Un dato è particolarmente importante: molti esperimenti scientifici sono stati condotti per pochi anni e su superfici piccole o medie.
In Germania, il progetto denominato “APV-RESOLA” ha lavorato su circa un terzo di ettaro.
In Giappone, uno studio sul riso ha lavorato su 336 metri quadrati.
A Bari, uno studio sul pomodoro ha usato 480 metri quadrati.
A San Severo, in provincia di Foggia, uno studio su piante officinali ha lavorato su 3.450 metri quadrati.
In Arizona, le ricerche sono nate in siti sperimentali e poi in laboratori agrivoltaici più ampi.
Il progetto denominato “Corigliano 43.8” riguarda circa 71,50 ettari.
La differenza di scala è enorme.
Questo non significa che l’agrivoltaico non possa funzionare su superfici grandi. Significa però che non si possono usare esperimenti su parcelle sperimentali per giustificare automaticamente impianti industriali da decine di MW.
La scienza deve servire a verificare i progetti.
Non a coprirli con una patente generale di sostenibilità.

9. Il territorio vede l’insieme, la procedura vede il singolo progetto.

Ogni impianto viene valutato con un proprio fascicolo.
Una società.
Un progetto.
Una mappa.
Uno studio di impatto.
Un piano agricolo.
Una procedura.
Ma il territorio non vive per fascicoli separati.
Un impianto può sembrare compatibile.
Due impianti possono sembrare gestibili.
Dieci impianti cambiano il volto di una campagna.
Nel Salento, la pressione non arriva solo dai grandi progetti sottoposti a Valutazione di Impatto Ambientale e valutati dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE). Arriva anche dagli impianti autorizzati dalla Regione Puglia e dalla Provincia di Lecce, spesso di taglia media, che si sommano ai progetti statali.
Il risultato è una nuova geografia energetica.
Non è un singolo impianto a trasformare il territorio.
È la somma degli impianti.
È l’accumulo di pannelli, recinzioni, cabine, cavidotti, strade interne, opere di connessione e stazioni elettriche.
La procedura vede il progetto.
Il territorio vede la trasformazione.