Agricoltura

Crescita e crisi


Agricoltura

Ormai è un luogo comune, accettato acriticamente, che per uscire dalla crisi l’economia deve crescere cioè devono aumentare la produzione e i consumi.

Le politiche economiche dell’ottocento e del novecento si sono basate tutte sulla crescita e sullo sviluppo. La dottrina economica dominante agli inizi del novecento era quella liberista secondo cui era l’offerta a generare la domanda e prevedeva il non intervento dello stato nell’economia,  quindi produzioni sempre maggiori e a minor prezzo che avrebbero incrementato i consumi.

La teoria liberista non regge alla crisi del 1929 da cui si esce con le teorie keynesiane per le quali è la domanda che stimola la produzione ed è necessario il sostegno dello Stato ai consumi tramite l’incremento della spesa pubblica. Questo ha garantito per molti decenni consumi diffusi, occupazione e produzione.

Dottrine diverse ma accomunate dall’idea che i consumi debbano crescere all’infinito pena il crollo dell’economia. Questa teoria dei consumi entra a tal punto nelle pieghe della società che il cittadino attualmente è chiamato comunemente “consumatore” e ognuno di noi, più o meno, crede che la propria felicità passi attraverso la capacità di svuotare gli scaffali dei negozi.

Ormai anche il meccanismo keynesiano si è rotto.

I governi nazionali per sostenere la crescita hanno continuato ad indebitarsi a livelli talmente alti che i mercati ormai credono (a ragione) che questi debiti non possano essere saldati. La globalizzazione dei mercati finanziari ha portato il nostro debito ad essere per la maggior parte in mano a banche e fondi di investimento stranieri che speculano incuranti delle devastanti conseguenze sull’economia e sulla società. Il debito pubblico italiano si trova  in mano alla finanza globalizzata e questo è il motivo per cui l’Italia paga il triplo di interessi rispetto al Giappone che ha un debito più alto rispetto al nostro ma è in mano ai giapponesi che, chiaramente, non hanno interesse a speculare contro se stessi.

Per pagare il debito insieme agli alti interessi, l’economia dovrebbe crescere e per questo i mercati finanziari ci chiedono “riforme strutturali”.  Una bella espressione che può trovarci tutti d’accordo ma forse è il caso di andare a vedere da vicino quali sono le riforme che ci chiedono i mercati e la Banca Centrale Europea (BCE).

Per quanto riguarda il mondo del lavoro, c’è la volontà di abolire alcuni diritti per avere una maggiore libertà di licenziare, legare lo stipendio alla produttività, abolire i contratti nazionali di lavoro, andare in pensione sempre più tardi: in pratica lavorare sempre di più, sempre più a lungo per guadagnare sempre meno.

Con le privatizzazioni si svenderà ai soliti gruppi quel poco che è rimasto del patrimonio nazionale, affidandosi totalmente ai capricci del mercato e rendendo tutti noi sempre più poveri.

Con le liberalizzazioni si cerca di abolire ogni forma di restrizione perché, come la malavita, così i mercati sono restii alle regole.

Si attuano quelle ricette economiche che ormai da più di un ventennio vengono proposte come la cura per tutti i mali, ma che invece sono la causa della crisi attuale. Si tende a dare più potere al mercato senza considerare ché siamo già governati dai mercati finanziari tant’è che sono proprio questi a chiederci i sacrifici.

Sono le stesse politiche rivolte alla crescita che, già adottate in Grecia e Portogallo, si sono dimostrate inadeguate anzi hanno portato l’economia al tracollo e fatto precipitare questi paesi nella miseria.

Adesso tocca all’Italia.

Come possiamo pensare che siano queste stesse ricette a farci uscire dalla crisi?

Ci si trova in un vicolo cieco. Da un lato titoli di Stato con interressi troppo alti da pagare, ormai siamo oltre il limite del 7% che molti studiosi ritengono quello oltre il quale l’Italia rischia il fallimento. Si  richiedono sacrifici economici da parte degli italiani, quindi misure che farebbero andare in recessione l’economia per la contrazione dei consumi, ma lo Stato a causa del suo deficit non può permettersi di sostenere i consumi.

Come ne usciamo?

Prima di tutto dobbiamo capire in quale situazione ci troviamo. Siamo entrati dal 2008 in quella che sta diventando la peggiore delle crisi economiche. Tutti gli indicatori di produzione, di consumi, di occupazione sono negativi e la tendenza è al peggioramento. Il prossimo anno dopo lunghi periodi di trend tendenzialmente positivi, la crescita del PIL potrebbe essere negativa. Ormai siamo in recessione.

La globalizzazione, il più grande errore che le classi dirigenti hanno fatto nel dopoguerra, porta in Italia prodotti esteri a basso prezzo contro cui quelli italiani non possono competere se non riducendo fortemente il costo del lavoro. Le aziende italiane o delocalizzano o chiudono. Qualunque sia la ricetta del governo rendiamoci conto che non ci sarà nessuna crescita, anzi il rischio concreto è il crollo dell’area euro.

Siamo entrati nell’epoca del post sviluppo e dovremo rivedere tante certezze.

L’economia fatta di crescita infinita è terminata, almeno per Europa e Nord America. Questa continua ad esistere solo nella mente di alcuni economisti che ragionano con grafici e numeri. L’economia reale è fatta da persone che operano in un territorio.

Se il problema è stato lo spossessamento da parte della politica della capacità di controllo sull’economia e la delega alla finanza di decidere i destini del mondo, la soluzione non può essere la stessa che ci ha portato alla crisi, ma il suo contrario. Uscire dall’economia finanziaria e dalla globalizzazione e riportare il territorio ad essere il motore principale di una economia non della crescita, ma dell’equilibrio con le risorse ambientali ed economiche disponibili, basata non sulla competizione ma sulla solidarietà e sulla sostenibilità.

Emilio Montagna

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